Il 22 novembre 1891 con una nota riservata spedita a tutti i Prefetti del Regno d’Italia, il Ministero degli Interni dispone che l’avvocato Pietro Gori venga sottoposto a “speciale sorveglianza” perché si teme il suo carattere “audace” e il suo “ingegno svegliato”. Il ventiseienne anarchico che firma i suoi articoli come Rigo (anagrammando il proprio nome) entra così nel mirino delle autorità costituite.

La fuga in Svizzera

Tre anni dopo, nel 1894, dopo l’attentato compiuto da Sante Caserio contro il presidente della repubblica francese Marie François Sadi Carnot, in tutta Italia si scatena un’ondata di attacchi contro gli anarchici. Uno dei principali bersagli della stampa conservatrice è proprio Pietro Gori, accusato di essere uno degli ispiratori dell’attentato. Cedendo alle insistenze dei compagni che gli sono più vicini, Gori accetta di espatriare clandestinamente e rifugiandosi nella vicina Svizzera, una nazione che fino a quel momento si è dimostrata sempre ospitale nei confronti dei perseguitati politici e che da tempo ospita una nutrita colonia anarchica composta da esuli provenienti da vari paesi del mondo. La mitica Svizzera Repubblicana, anche per le crescenti pressioni internazionali, sta però iniziando a ripensare sul suo ruolo di rifugio accogliente per gli esuli. Nel mese di gennaio del 1895 assume la decisione di espellere con la forza gran parte dei militanti anarchici che si trovano all’interno dei suoi confini. Anche Pietro Gori finisce nel gruppo di quelli arrestati che, dopo una quindicina di giorni di permanenza in carcere, vengono fatti salire a forza su un treno speciale destinato a portarli oltre confine.

Addio Lugano bella

Proprio in occasione della loro partenza, alla stazione viene cantata per la prima volta Addio Lugano bella, conosciuta anche come Addio a Lugano, e divenuta nel tempo una delle più popolari canzoni anarchiche italiane. La musica è presa in prestito da un valzer in voga in quel periodo (secondo alcuni pare si intitolasse Addio San Remo bella) e le parole sono da attribuire allo stesso Pietro Gori che l’avrebbe scritta durante la permanenza in carcere. Non sono mancate ricostruzioni diverse, tendenti a ricondurre il testo del brano a una sorta di elaborazione collettiva, ma anche in questo caso, sul fatto che la trascrizione finale sia opera dell’anarchico toscano non sussiste praticamente alcun dubbio. La melodia malinconica e le parole in cui si fondono insieme rabbia, nostalgia e speranza di ritorno sono gli elementi che hanno regalato alla canzone una larga popolarità anche tra i canti degli emigranti, nelle quali è diventata un po’ il simbolo dell’esilio forzato. Merito della musica, ma merito anche della grande ispirazione poetica di Pietro Gori. La popolarità di questa canzone non conosce stanchezza e anche il pop e il rock se ne impossesseranno, ma senza particolari stravolgimenti, se si eccettua la curiosa citazione in Lugano addio un brano inciso nel 1977 dallo scomparso Ivan Graziani.