Il 16 marzo 1975 muore di polmonite a Los Angeles il leggendario chitarrista blues T Bone Walker, registrato all’anagrafe con il nome di Aaron Thibeaux Walker. Ha sessantaquattro anni ed è considerato uno dei padri del blues moderno per avere utilizzato per primo la chitarra elettrica in questo genere musicale.

L’incontro con Blind Lemon Jefferson

T-Bone nasce a Linden, nel Texas e il suo primo insegnante di musica è il compagno della madre, leader di una string band, un’orchestra composta soltanto da strumenti a corde, che lo fa strimpellare su un minuscolo banjo. A dieci anni incontra Blind Lemon Jefferson. Il grande bluesman cieco resta affascinato dal piccolo strimpellatore e lo prende sotto la sua protezione. Nel 1924 T Bone ottiene lavora come chitarrista e ballerino di tip tap nel “medicine show”, uno spettacolino pubblicitario che intervalla la vendita di intrugli medicamentosi, del Dottor Breeding. A sedici anni è già il chitarrista della band di Ida Cox e, dopo un breve periodo nell’orchestra di Lawson Brooks, passa al servizio di un’altra delle grandi cantanti di quel periodo: Ma Rainey. Gli anni Trenta lo vedono schierato sul fronte dello swing craze con la Territory Band di Count Bilosky e con Cab Calloway.

La scoperta della chitarra elettrica

Nel 1935 si sposta sulla West Coast e scopre la chitarra elettrica, strumento che non lascerà più. Gli anni Quaranta vedono la nascita di quasi tutti i suoi brani più significati, da T Bone blues a Mean old world alla celebre Stormy Monday. Nel luglio del 1942, poi registra un singolo con i brani I got a break baby e il già citato Mean old world. Quel disco farà storia e verrà considerato il primo decisivo passo, della nuova generazione elettrica del blues. Un’ulcera dolorosissima ne riduce drasticamente l’attività per quasi tutti gli anni Cinquanta, caratterizzati da scarsi e isolati concerti e da un lavoro di studio quantitativamente modesto. A partire dagli anni Sessanta, riscoperto dalla generazione del nuovo rock che arriva dall’Europa partecipa a un’infinità di concerti. Neppure l’improvviso insorgere della tubercolosi riesce a frenarne il dinamismo e la disponibilità, anche se il fisico comincia a dare segni di cedimento. All’inizio degli anni Settanta alterna momenti di intenso lavoro a pause sempre più lunghe per le ricorrenti febbri influenzali e per la fragilità del sistema respiratorio. Una polmonite trascurata lo costringe alla resa. Si fa ricoverare all’ospedale di Los Angeles, ma non c’è più niente da fare.

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".