Steve Ray Vaughan, un bianco dalla chitarra nera

Il 27 agosto 1990 l’elicottero che sta trasportando a Chicago Steve Ray Vaughan precipita. A soli trentacinque anni muore così uno dei più grandi chitarristi bianchi di blues degli anni Ottanta. È reduce da un concerto all’Alpine Valley Music Theatre di East Troy dove si è esibito insieme al fratello Jimmie, Eric Clapton, Buddy Guy e Phil Palmer.

La prima band a nove anni

Nell’incidente muoiono anche l’agente di Eric Clapton, Bobby Brooks, la sua guardia del corpo Nigel Browne, il tour manager Colin Smith e il pilota Jeffrey Browne. Nato a Dallas nel 1954, Stevie Ray Vaughan inizia a suonare la chitarra per imitare il suo fratello maggiore Jimmie, entrato poi a far parte dei Fabulous Thunderbirds. Non ha ancora dieci anni quando forma la sua prima band, i Chantones e, dopo aver abbandonato gli studi nel 1972 decide di fare della musica il suo mestiere. A diciotto anni si trasferisce ad Austin dove registra con i Nightcrawlers un disco mai pubblicato. Tra il 1975 ed il 1977 fa parte dei Cobras e successivamente decide di formare una propria band, i Triple Threat Revue, per essere libero di suonare la propria musica senza nessun tipo di condizionamento.

Il successo e la fine

I  Triple Threat a partire dal 1981 diventano i Double Trouble, un nome ispirato a Ray da una canzone di Otis Rush che il gruppo manterrà fino alla sua morte. La band ottiene nell’aprile del 1982 un clamoroso successo al festival di Montreux, e l’anno dopo David Bowie vuole Vaughan alla chitarra solista nel suo album Let’s dance. Indimenticabile resta la sua versione di Voodoo Chile, dedicata a Jimi Hendrix, che Stevie Ray considera il suo principale maestro. La morte lo coglie nel momento di maggior successo e contribuisce ad alimentarne la leggenda. Durante i suoi funerali, che si svolgono il 31 agosto al Laurel Land Memorial Park di Dallas, Jackson Browne, Stevie Wonder e Bonnie Raitt cantano il brano Amazing grace. Nel 1991 suo fratello Jimmie raccoglierà vari brani inediti e li pubblicherà nell’album postumo The sky is crying.

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".