Il 14 marzo 1914 a Zachary, in Louisiana, nasce il bluesman Robert Pete Williams, protagonista di una storia complicata e drammatica
Il carcere e la liberazione
Intorno al ventesimo anno d’età Williams suona la chitarra come intrattenitore musicale per feste e balli campestri. Nello stesso periodo lavora nei cantieri di consolidamento degli argini fluviali e in quelli ferroviari. Dopo una rissa conclusasi a revolverate uccide un uomo ed è condannato all’ergastolo. Sconta la pena ad Angola, in Louisiana, ed è qui che nel 1959 viene riscoperto dall’etnofolklorista Harry Oster, che gli fa registrare una ventina di blues, in seguito pubblicati dalla Folk Lyric. Inizialmente liberato sulla parola e poi graziato definitivamente nel 1964, Robert Pete registra vari dischi. Il festival di Newport del 1964 lo applaude come un trionfatore, con un fervore entusiastico che si ripete l’anno dopo, quando si esibisce all’Università di Chicago. Stabilitosi in Louisiana si dedica a concerti ed esibizioni alle quali è invitato dietro sempre più congrui compensi. Suona in California e in Louisiana, ma è nei festival, frequentati soprattutto da giovani interessati tanto al suo personaggio quanto alla sua musica, che riscuote i maggiori consensi. Sono piccoli trionfi personali le rassegne di Berkeley e di Ann Arbor nel 1970; il festival dell’American Folk Life, a Montreal, nel 1971 e le cinque edizioni del festival New Orleans Jazz and Heritage dal 1971 al 1975 lo consacrano come uno degli interpreti più interessanti ed originali del panorama del blues.
Un blues originalissimo
La sua concezione poetico-musicale è originale e assolutamente personale. La progressione di accordi a partire dal re minore, che utilizza con generosità, è molto rara. La complessità e la ricchezza della trama ritmica impiegata da Williams non trovano riscontro prima di lui. I suoi accordi non sono mai gli stessi e non appartengono nemmeno a quelli classici della tradizione blues; obbediscono a una logica combinatoria, ardita e spontanea, sempre in grado di stupire anche il critico più esperto per l’originalità delle scelte melodiche e degli accostamenti vocali, spesso improvvisati all’istante. L’uso del parlato in drammatici ed intensi talking blues libera lo svolgimento poetico – narrativo delle sue strofe dalla schiavitù delle rime e del ritmo, che appare subordinalo al contenuto tematico e all’atteggiamento emotivo dell’interprete. Il tono rotto e sporco della sua voce drammatica e suggestiva conduceva con fervore disperato vicende e valori poetici, probabilmente ineguagliabili, nell’ambito del blues di tutti i tempi. Muore a Rosedaly il 31 dicembre 1980.