Il 21 dicembre 1902 nasce a Ripley, nel Tennessee Peetie Wheatstraw, uno dei personaggi centrali nella storia del blues. Il suo vero nome è William Bunch.

Aggressività in risposta al razzismo

A ventitré anni, si trasferisce a Saint Louis dove inizia a farsi conoscere e apprezzare nel giro dei bluesmen della città e diventa amico del chitarrista Charley Jordan, che diventa la sua spalla musicale abituale. In quel periodo suona anche con Roosevelt Sykes, Hi Henry Brown e Henry Spaulding. Quando nel 1930 incide i suoi primi dischi per la Vocalion è già un mito per i giovani dei ghetti neri affascinati dal suo personaggio disincantato e cinico che la sa lunga su tutto e in particolare sulle donne, che beve e fa a pugni, ha successo con le ragazze ma diffida dell’altra metà del cielo. La costruzione di questo personaggio non è casuale. Non lascia nulla al caso, neppure l’alone demoniaco che crea intorno a sé. Si fa chiamare “genero del diavolo” o anche “guardiano dell’inferno”. A parte le esagerazioni più di contorno che di sostanza, va detto che molti dei suoi atteggiamenti sono una sorta di risposta al razzismo e alla marginalizzazione dei neri della sua città soprattutto nel periodo della Grande Depressione. Wheatstraw non era solo un nero, era anche un “valley”. Con questo termine venivano bollati gli appartenenti al sottoproletariato nero che abitava nella zona della Terza Avenue a East St. Louis, una sorta di ghetto nel ghetto, un agglomerato di baracche di cartone e di lamiera al cui confronto i ghetti di New York e Chicago potevano sembrare quartieri residenziali.

Il successo tra i giovani neri

La sua insolenza aggressiva spiega il successo che ottiene rapidamente tra i giovani neri del Missouri. La sua fama progressivamente si allarga prima al Kentucky, poi all’Indiana finché nel 1933 decide di stabilirsi a Chicago, dove sono maggiori le possibilità di ottenere ingaggi e contratti. Qui incide per la Decca e la Bluebird al fianco quasi tutti gli esponenti del blues chicagoano degli anni Trenta. La critica fatica un po’ a inquadrarlo perché il suo blues non entra negli schemi conosciuti fino a quel momento. Wheatstraw si avvale di una struttura con frasi molto semplici, in cui i bassi sono pesanti o leggeri in funzione dell’umore generale del brano. Lo sviluppo melodico non brilla per ricchezza, anzi a prima vista può apparire monotono, ma viene riscattato dall’originalità del suo modo di cantare. È molto facile riconoscere i suoi blues perchè sono intercalati dal grido «ooh, well well» pronunciato in modo ironico e ammiccante dalla sua voce sottilmente rauca che spesso abbandona il testo originale per improvvisare fonemi senza senso, o testi cinici e spiritosi non alieni da volgarità. In fondo è proprio questa disinvolta originalità che alimenta la sua fama e ne fa oggi un punto di riferimento importante anche per molti artisti della scena rap. Muore presto, a soli trentanove anni in circostanze mai del tutto chiarite. Il fatto che sia morto proprio il 21 dicembre 1941, giorno del suo compleanno ha contribuito ad alimentare gli aspetti misteriosi della sua leggenda.

 

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Gianni Lucini
Scrivere è il mio principale mestiere, comunicare una specializzazione acquisita sul campo. Oltre che per comunicare scrivo anche per il teatro (tanto), il cinema e la TV. È difficile raccontare un'esperienza lunga una vita. Negli anni Settanta ho vissuto la mia prima solida esperienza giornalistica nel settimanale torinese "Nuovasocietà" e alla fine di quel decennio mi sono fatto le ossa nella difficile arte di addetto stampa in un campo complesso come quello degli eventi speciali e dei tour musicali. Ho collaborato con un'infinità di riviste, alcune le ho anche dirette e altre le dirigo ancora. Ho organizzato Uffici Stampa per eventi, manifestazioni e campagne. Ho formato decine di persone oggi impegnate con successo nel settore del giornalismo e della comunicazione. Ho scritto e sceneggiato spot e videogiochi. Come responsabile di campagne di immagine e di comunicazione ho operato anche al di fuori dei confini nazionali arrivando fino in Asia e in America Latina. Dal 1999 al 2007 mi sono occupato di storia e critica musicale sul quotidiano "Liberazione".